Saro Bella - Acireale e la Festa di San Sebastiano


La festa più amata dagli acesi si svolge il 20 di gennaio di ogni anno in onore di San Sebastiano. Pur essendo uno dei molti compatroni deputati insieme alla patrona principale Santa Venera ad impetrare la protezione divina sulla città, i festeggiamenti tributati al Santo, espressione di una devozione popolare lunga oltre 450 anni ancora viva e sentita, sono indubbiamente l’evento religioso cittadino più atteso.
Le prime luci mattutine non hanno ancora pienamente illuminato la splendida facciata settecentesca della grande basilica, illustre esempio di barocco siciliano, che la piazza antistante si popola di divoti (devoti) ansiosi di correre verso la cappella dove il Santo è rimasto custodito e celato alla loro vista per tutto l’anno.
Momenti strettamente religiosi celebrati dal decano della Basilica hanno interessato i fedeli lungo le settimane precedenti la festa, mentre le Reliquie del Santo sono state accompagnate in forme rigorosamente religiose nei luoghi di dolore e di memoria della città. Messe, funzioni, meditazioni rafforzano una catechesi che volutamente spoglia di sovrastrutture folcloristiche fa comprendere ad attenti fedeli e motivati divoti il profondo senso religioso dell’evento.
Il lungo anno di privazione, offerto come pratica di espiazione penitenziale da una folla di fedeli ormai impazienti di rivedere il loro beniamino si dissolve in un urlo di incontenibile gioia all’apertura della cappella e alla svelata della statua del Santo raffigurato nelle sembianze di un biondo riccioluto fanciullo in atto di ricevere il martirio delle frecce.
'U rizzareddu (il ricciolino) come affettuosamente viene chiamato il Santo, attorniato dai mille luccichii del settecentesco fercolo e con a lato i due paffuti angioletti che con lieve sforzo sorreggono i bracci argentei dove sono custodite le Reliquie, viene a forza posto con movimenti lenti resi quasi impossibili dalla calca, sopra il pesantissimo baiardo: un affusto di legno munito di quattro ruote retrattili ma fisse. Al grido di: cu tuttu 'u cori: viva Sammastianu! (con tutto il cuore: viva San Sebastiano!) una quarantina di divoti si tramandano di padre in figlio l’ambito compito di trasportare il baiardo sollevandolo a viva forza ad ogni curva, sovente anche di corsa, lungo un percorso che si snoda per tutta la città.
Attorno a loro altri divoti: donne ed uomini, giovani e vecchi, talvolta anche bambini in braccio ai loro genitori, tutti, come vuole la tradizione, senza scarpe, con i piedi coperti da semplici calze, vestiti della tradizionale divisa con la testa coperta da un fazzoletto, accompagnano insieme a una moltitudine di semplici fedeli il Santo per tutto il giorno.
Dopo la spettacolare manovra di uscita dalla Basilica, altre vertiginose corse riempiono la giornata in mezzo a continui scampanii e fuochi d’artificio. A notte inoltrata e dopo aver traversato vie e piazze antiche nelle quali una tradizione lunga secoli di storia ha creato momenti di toccante religiosità, la processione si conclude con un suggestivo rientro in basilica.
È un popolo di divoti stanchi ma orgogliosi di aver offerto per tutto il giorno fatica e pericoli al loro Santo, perpetuando in tal modo una tradizione ancora genuina nella quale il folclore ammanta ma non cancella una religiosità semplice ed istintiva, ad accompagnare compatti sino alla cappella il loro beniamino preparandosi a festeggiarlo di nuovo, stavolta all’interno della Basilica, otto giorni dopo per poi affrontare, aspettando pazientemente la successiva festa, un altro lungo anno di attesa e privazione.
Il culto di San Sebastiano, la cui introduzione in Sicilia sembra sia avvenuta verso il 1063 da parte dei Lombardi al seguito di Ruggero, ha una vasta diffusione nell’isola anche perchè si riteneva che l’intercessione del Santo scampato al martirio delle frecce proteggesse dalla peste rappresentata nell’iconografia medievale da dardi scagliati da Dio contro i peccatori.
Ad Acireale è un decreto di approvazione dei festeggiamenti emesso l’11 settembre del 1571 dal vescovo Faraone, a documentarci inoppugnabilmente l’esistenza di una festa già viva e vitale la cui nascita è possibile ascrivere ai primi decenni del secolo e che progressivamente trova intensità in un culto che si rafforza ad ogni episodio della lunga sequela di epidemie di peste.
Lungo tutto il Cinquecento, festa e processione permangono in una dimensione contadina e spontanea per poi nel Seicento, abbandonata la vecchia chiesetta oggi dedicata a Sant’Antonio per trasferirsi in una nuova, capiente e più centrale chiesa edificata nell’attuale collocazione, assumere una dimensione più urbana ed articolata.
 Sono comunque Controriforma, Riforma e Barocco che si occupano di codificare festa e processione imprimendo un rigido ordine gerarchico per “corpi” e “ordini” sociali caratteristico della mentalità del Seicento.Sono così, rigide gerarchie, ordini e precedenze nei riti e nelle processioni a costruire la festa seicentesca non mancando sovente di accendere furibonde “guerre di Santi” tra le confraternite di San Sebastiano cui si opponevano, talvolta anche fisicamente, i confrati concorrenti di San Pietro e Paolo. Scontri che, in effetti, sotto le poco consistenti motivazioni di precedenze e formali preminenze, nascondevano lotte politiche e motivazioni sociali ed economiche ben più profonde e significative.
 Tra il Sei ed il Settecento, il radicamento del culto di San Sebastiano negli strati popolani della città, permise la persistenza della festa a livello religioso e sociale, mentre sfumavano sperdendosi progressivamente i festeggiamenti pubblici dedicati ai Santi Pietro e Paolo.
 Tra la seconda metà del Seicento e lungo tutto il Sette-Ottocento è comunque Santa Venera, attorno alla cui festa ruotavano interessi economici rilevanti per la concomitante fiera franca che permetteva il commercio della seta in regime di esenzione di tasse ed imposte, a prendere il sopravvento e diventare patrona principale della città e Santa di riferimento per una ricca borghesia che nel frattempo si nobilitava comprando il blasone. Tuttavia, alla “Santa dei nobili” appunto Santa Venera, si affiancava tenacemente un San Sebastiano il cui culto trovava radicamento e veniva tramandato in un ampio strato di fedeli di prevalente origine popolana.
Ed è tale saldo e profondo radicamento di così lunga durata, in un quadro cittadino di generale affievolimento delle altre feste - Santa Venera compresa -, che assicura ancora oggi, nel terzo millennio, la permanenza della festa di San Sebastiano in una forma che pur conservando attentamente la tradizione non resta tuttavia totalmente impermeabile ai mutamenti.
Attorno al culto ed ai festeggiamenti di San Sebastiano sono nate e prosperate espressioni architettoniche, artistiche, sociali e culturali di notevole rilievo. Basti pensare alla imponente Basilica splendido esempio di Barocco siciliano, edificata ai primi del Seicento e ricostruita dopo il terremoto del 1693 con un prospetto dove otto statue di santi, dieci testine di angioli, trenta mascheroni apotropaici fregi e motivi floreali unitamente ad un coro sereno e gioioso di quattordici puttini che reggono ghirlande di frutta e di fiori, compongono uno straordinario merletto di pietra.
All’interno della Basilica il ciclo pittorico di Paolo Vasta, originariamente pensato per far conoscere con l’immediatezza della raffigurazione a fedeli spesso incapaci di leggere: la vita, i miracoli, le opere del Santo, si mostra didascalico, quasi teatrale, stimolando e coinvolgendo osservatori trascinati ancor oggi nella dimensione di raffigurazioni che si fanno realtà.
Gli innumerevoli preziosi paramenti sacri, pregevoli esempi di un artigianato che sulla seta e sui damaschi sapeva proiettare estro ed originalità, insieme con una miriade di oggetti sacri di materiale umile come il legno, il ferro, il marmo ma anche di prezioso oro ed argento fanno da sfavillante cornice ad un settecentesco fercolo rivestito di fine argento cesellato all’interno del quale, sotto le sembianze di un etereo fanciullo ancora oggi fa bella mostra la statua del Santo che recenti saggi attraverso i rifacimenti del tempo hanno identificato come l’originaria del Cinquecento.
Una basilica, luogo di preghiera, di culto, ma anche sede di confraternite ed associazioni laiche, purtroppo oggi quasi del tutto scomparse, che con la socialità, con la solidarietà, col mutuo soccorso univano e davano rassicurante protezione a numerosi fedeli ai quali assicuravano anche l’estrema dimora vicino al venerato Santo.

Una festa ed un culto profondamente radicate, fortificati da secoli di tradizione, che ancora oggi si mantengono saldi e non corrono rischi imminenti di sparizione. Tuttavia in mezzo ad un “consumismo” ed ad una “globalizzazione” che fagocitano velocemente e con estrema voracità valori ed espressioni locali, il rischio di svuotare di contenuti un evento pur sempre religioso facendolo scadere al ruolo di manifestazione vuotamente mediatica e folcloristica esiste ed è concreto.

 Per evitare tali rischi è indispensabile rivisitare costantemente contenuti ed espressioni dell’evento mantenendoli entro i caratteri originari adoperando tuttavia per la loro diffusione aggiornati linguaggi e modalità comunicative in modo da permettere al culto del Santo e alla sua festa di proiettarsi ancora vivi e sentiti nel terzo millennio.

Saro Bella


Realizzato da Saro Bella il 29/10/2011 alle 12.52.56